venerdì 22 febbraio 2013

Miracolo a Milano, fra 10 anni…




“Miracolo a Milano”: perentoriamente così titolava, nel 2002, Ventiquattro, il magazine mensile de Il Sole 24 ORE, il quotidiano economico italiano più venduto e il terzo giornale d’informazione dopo Corriere e Repubblica.
L’allusione all’omonimo film di De Sica era evidente, ma finiva lì, non essendovi nulla di fiabesco nell’articolo, cui era dedicata anche la copertina del mensile, che rappresentava la festa dell’inaugurazione dei rinati Navigli milanesi, il 4 ottobre 2022. Una data significativa comunque la si guardi: è la festa di San Francesco, certo cristiano (e forse capace di operare miracoli!), patrono d’Italia, e anche dell’ambiente e degli animali, come vediamo nel celebre “Cantico delle creature”, ma uomo, a suo modo, sovversivo e utopistico.
Fin dalla copertina è spiegato poi l’anno; vi si legge “Ieri, 4 ottobre 2022, è stata inaugurata la nuova via Laghetto, a un passo dal Duomo. Una grande festa ha salutato la fine dell’operazione ‘Milano d’acqua’. Il progetto di riapertura dei Navigli era stato coraggiosamente varato vent’anni fa per rilanciare la città sulla scena internazionale”. Anche la data di nascita di questo progetto ha dell’intrigante, collocandosi quasi dieci anni prima del referendum sui Navigli del 2011 col suo clamoroso risultato del 94% di sì, e ci lascerebbe ancora nove anni per raggiungere l’obiettivo e riparare al misfatto mussoliniano (la copertura, fatte salve le altre osservazioni, fu voluta dal capo del fascismo in persona, e per battere le opposizioni si fece ricorso a irregolarità legali e a “menefreghistiche” accelerazioni).
Sorprendente infine il disegno collocato in copertina, che rimanda a un poco noto quadro di Luigi Bartezago (chiamato anche Bartezati), intitolato “Illuminazione del Duomo e della Piazza per il compimento della nuova Piazza in onore dell’imperatore Guglielmo I”, che si tenne nel 1875, anch'esso in ottobre ma dal giorno 18: la somiglianza fra le due immagini è notevolissima, anche se mancano le luminarie a terra. Il disegnatore si è ispirato al pittore oppure si tratta di un caso?
Una celebre inquadratura del film "Miracolo a Milano" (1951)
Non è un miracolo invece che a esporsi così sul tema delle acque milanesi sia stato il giornale di proprietà della Confindustria, peraltro ben conosciuto per le libere e stimolanti posizioni culturali che appaiono nell’inserto domenicale: le motivazioni, già accennate dal sommario della copertina, sono poi approfondite in modo interessante nell’articolo, illustrato vivacemente dallo stesso disegnatore. Lo riporteremo in parte quanto prima, o anche per esteso, se il quotidiano ci concede la liberatoria. Vogliamo però riconoscere, pur nella disparità delle opinioni politiche e sociali, che una imprenditorialità lungimirante a volte è possibile. Lo afferma del resto lo stesso magazine: “Fantasia al potere, ma questa volta con solide basi. Futuro che recupera il passato superando di slancio limpasse del presente. Per creare nuove, fondamentali ricadute economiche sulla città e il suo territorio”.

mercoledì 20 febbraio 2013

Cosa accadde quel giorno a Porta Tosa



Questa stampa popolare sulla presa di Porta Tosa mostra bene l’uso che si può fare delle illustrazioni e dei quadri, anche d’autore (e talvolta dipinti a memoria), che gli artisti coevi produssero su fatti o su luoghi che oggi non possiamo più vedere. Le stampe del resto, solo raramente basate su fotografie, che avevano comunque minore qualità documentaria, furono un modo frequente di dare informazioni ai lettori dei giornali ottocenteschi e cedettero il passo molto lentamente. E, se guardate con attenzione, ce le danno tuttora: anche questa che pure lascia alquanto a desiderare come “impaginazione”.
I vari protagonisti della scena non si trovano là dove ce li aspetteremmo o stanno facendo cose poco comprensibili, come il carro coperto che sembra sostare proprio durante uno scontro a fuoco e vicino al quale vediamo due cavalli precipitarsi dal terrapieno delle mura, di cui uno senza il cavaliere. Alcuni borghesi sparano da una cascina, mentre un terzo giace al suolo, non lontano dal quale si nota una macina, quasi a sottolineare la natura contadina del luogo: ma non si capisce bene cosa ci faccia lì, considerato che se l’edificio è un mulino essa dovrebbe trovarsi al suo posto, cioè lungo l’acqua, e che trasportarla non dev’essere stato facile. Il colore rosseggiante dei piccoli alberi, che sembrano proprio gelsi, è un mistero in più, anche perchè non siamo in autunno ma nel giorno 22 di marzo, come ci testimonia l’odierno corso che da qui si diparte.
Per orientarci diremo che il campo coltivato, al centro dell’immagine, si trova dove oggi s’innalza Coin; a destra vediamo l’inconfondibile sagoma di S. Maria della Passione; al centro il campanile di San Pietro in Gessate (che oggi ha di fronte il Palazzo di Giustizia), dietro al quale troneggia il tiburio del Duomo: troneggia davvero, può sembrare banale sottolinearlo, ma fino a quell’epoca doveva praticamente esser visibile da ogni parte della città, sovrastandola: non si sa se come messaggio o monito, certo come punto di riferimento, utile ai “forestieri”.
Sulla sinistra vediamo avanzare gli insorti, protetti in parte dalle barricate mobili che quel giorno ebbero una funzione forse decisiva. Ma non c’è traccia del Naviglietto di Porta Tosa, che pure non doveva essere ancora stato coperto e bipartiva il corso, in direzione est: una sorta di oggetto inafferrabile per chi cerchi informazioni sulle acque milanesi, quasi un antenato di quel Canale navigabile Milano-Cremona-Po che fu studiato dagli ingegneri del Genio civile almeno a partire dall’anno 1900, e di cui ci restano labili tracce nelle carte topografiche cittadine che lo disegnavano assieme al porto relativo, con tutti i suoi moli, come se fosse già stato aperto.
Se non abbiamo il porto abbiamo però, traccia solo nominale, la stazione del metrò che lo evoca: “Porto di mare” si chiama, e moltissimi milanesi (figuriamoci gli stranieri!) se ne chiedono il perché. Ma di questa farsa parleremo prossimamente, ricordando anche il mitico cronista duecentesco Bonvesin de la Riva che già allora lamentava il grave, per lui l’unico, difetto della città: la mancanza di un porto che possa accogliere navi provenienti dal mare. Una carenza che verrà meno quando i potenti “indirizzeranno le loro forze a compiere quest’opera con lo stesso impegno con cui ora si distruggono a vicenda ed estorcono denaro ai concittadini per sostenere le loro scelleratezze” (De magnalibus Mediolani, cap. VIII, righe 199-201).
Al momento però i potenti hanno proceduto allo scioglimento dell’ente preposto a costruirla per progettare una improbabile Cittadella della giustizia che solo gli speculatori volevano e che infatti è stata cassata ancor prima di cominciare. Così Milano non ha la “cittadella” e nemmeno la speranza di una struttura via acqua che abbatta drasticamente l’arrivo delle merci in città sulle ruote di uno sterminato esercito di Tir. Ma non è detta l’ultima parola e si può ancora sperare, a sette secoli di distanza, che Milano venga vissuta come bene comune e che la profezia si compia.
Torniamo alla stampa, che noi qui abbiamo diviso in due: l’altra metà rappresenta, si direbbe, la fuga degli austriaci, anche se non si capisce bene chi e perché stia dando fuoco alla porta. Un uomo è steso a terra e dalla posizione si direbbe, sinceramente, che dorma, nonostante il casino: nessuno comunque si sta occupando di lui, vivo o morto che sia. Poco chiara è pure la struttura idraulica complessiva, con quel voltone al centro, forse il “tombone” (che significa sottopasso, non laghetto) del Naviglietto citato. All’estremità dell’immagine è invece ben visibile un corso d’acqua di discrete dimensioni: è il Redefoss (questo il suo nome, però chi vuole può chiamarlo Redefosso; mai Redefossi, termine coniato sulla base di una paretimologia che crede di leggervi “re dei fossi”). Questo canale, uno dei tanti della nostra città d’acque, che scorre ancora, seppure in gran parte sepolto, giunge poi alla Porta Romana e lì piega anch’esso verso est: destinazione finale il Lambro, o meglio la Vettabbia, l’altro non secondario, e antichissimo, canale del quadrante di sud-est, che lo riceve prima di buttarsi a sua volta nel fiume. L’immagine del ponte che lo scavalca è una delle pochissime che lo ritraggono, tra foto e pitture, e per questo la segnaliamo, mentre evochiamo i lavori che si compivano nella cascina di cui dicevamo, col Redefoss a muovere la macina e la coltura dei bachi da seta.
Senza dimenticare però l’immagine da cui siamo partiti, testimone anche dell’altro scempio di grandi dimensioni che ha colpito la città: l’abbattimento delle sue mura, avvenuto oltre mezzo secolo prima della copertura della Cerchia interna. Eppure Roma, per dire, vive benissimo con le proprie e non è la sola!
A breve cercheremo di compiere una sorta di collage virtuale delle vedute che ce ne restano. L’ideale sarebbe una completezza che sappiamo impossibile, ma tutti sono invitati fin d’ora a segnalarci le tessere del puzzle che dovessero mancarci.

giovedì 31 gennaio 2013

I Navigli "si muovono"


In risposta alle sollecitazioni del Comitato “Milano SÌ Muove”, il candidato alla presidenza della Regione Lombardia per il Patto Civico del centrosinistra, Umberto Ambrosoli, ha dichiarato:
“La riattivazione del sistema dei Navigli, voluta dai cittadini milanesi all’esito del referendum del giugno 2011, è una grande opportunità, non solo per il Comune di Milano, ma per l’intera Regione Lombardia, sia sotto il profilo storico, che paesaggistico e ambientale.
Il Comune di Milano ha previsto nel suo Piano del territorio l’avvio di uno studio che verifichi e determini le condizioni che consentono la riapertura della rete dei Navigli della città, ripristinandone uso e navigabilità. Un progetto che non può non essere pensato oltre i confini della città, con l’obiettivo di riqualificare e recuperare il sistema idrico milanese e regionale dal Ticino all’Adda.
La Regione non potrà non accompagnare il Comune di Milano in questo progetto, mettendo in campo risorse e competenze, consentendo di proseguire nell’iter avviato con la riqualificazione della Darsena che ridarà a Milano il suo Porto storico, valorizzandone la funzione anche nella prospettiva dei Navigli recuperati e navigabili”.
Così comunica l’ufficio stampa di Ambrosoli: grande è la soddisfazione nell'apprendere la sua posizione, che poteva anche essere più sfumata, mentre qui colpisce la concretezza e l’ampiezza con cui il candidato la delinea. Se consideriamo poi che Edoardo Croci,  che del Comitato è il presidente, è candidato nella Lista di Albertini,  e che la Lega espresse a suo tempo la propria approvazione al progetto, riconfermata poi nel Consiglio comunale di Milano con una mozione che chiedeva a Pisapia e alla sua giunta di destinare alla Darsena e alla riapertura ove possibile dei Navigli nel centro della Città di Milano “una parte consistente dei 175 milioni di euro previsti per Expo 2015 per la realizzazione della Via d'acqua”, constatiamo che le tre principali forze in lizza per le imminenti regionali lombarde dichiarano la propria volontà di riportare i Navigli in vita, almeno nei programmi.
Non diverse le scelte del M5S, il movimento sarà di certo ben rappresentato nel Consiglio regionale e si può pertanto dire che nella prossima legislatura vi sarà in Lombardia una maggioranza trasversale di eletti favorevole alla riapertura, dando così seguito alla mozione n. 247 del gennaio 2012.
Visto che fra due anni la città ospiterà l’Esposizione universale, restiamo quindi in attesa che al più presto vengano prese le decisioni operative conseguenti, ricordando anche che l’Unione Europea caldeggia da tempo la rinascita del Sistema lombardo dei Navigli e delle acque naturali,  con particolare attenzione alla navigabilità, già prevista nell’Ottocento e ai tempi nostri studiata e promossa dall’Associazione Amici dei Navigli. 
Fra la prima immagine in alto, che risale al 1835, e la seconda, di nemmeno un secolo fa, le differenze, nonostante i bombardamenti sulla Ca' Granda, non sono molte e non sono poi molte nemmeno oggi. Per esempio, l'aspetto esterno del palazzo che intravvediamo all'estrema destra del quadro è ancora quello anche se ne è mutato l'uso interno.



giovedì 24 gennaio 2013

Milano acquatica: sogno o provocazione?



 Se a Milano ci fosse il mare”: era il 1995 quando con questo titolo uscì un albo a fumetti di poche pagine, ma gratuito, che aveva come protagonista l’avventuroso “professore” Martin Mystère, personaggio popolarissimo anche fuori d’Italia. Ideato nell’ormai lontano 1982 da Alfredo Castelli e pubblicato nell’omonima serie dalla Sergio Bonelli editore, il suo successo dura tuttora e Castelli continua ad esserne lo sceneggiatore, sempre meticoloso nei riferimenti culturali e territoriali. La suggestiva copertina (come le due seguenti) era opera di Lucio Filippucci e le tavole di Rodolfo Torti: l’albetto uscì su impulso dell’architetto Empio Malara, noto “navigliologo”, fondatore dell’Associazione Amici dei Navigli e da sempre sostenitore della riapertura della Conca di Viarenna/Naviglio del Vallone. 
Nel 2001 fu la volta di “In viaggio sui Navigli”, in occasione della mostra omonima, che illustrava le possibilità di navigazione da Locarno a Venezia via Navigli milanesi. La copertina riproduce l’affascinante “Scala d’acque” pavese, un ingegnoso sistema idrico lasciato oggi decadere e che aspetta la sua rinascita: il piccolo albo venne allegato al normale numero in edicola nelle copie distribuite nelle province toccate dai Navigli. In questo caso la storia è incentrata sui segreti del Naviglio Pavese nonchè sulla figura di Giuseppe Meda, pittore, architetto e combattivo ingegnere idraulico, morto in povertà nel 1599, dopo essere passato anche per il carcere. 
A cavallo fra 2011 e 2012 è infine uscito un albetto dedicato alle Cinque Giornate: “Il Naviglio battagliero”, disegnato da Alfredo Orlandi, in cui si narra la “battaglia navale” di una sessantina di milanesi che nella notte del 21 marzo, mentre si formava il governo provvisorio, giunsero in barca solcando il Naviglio di Santa Sofia per conquistare il convento di tal nome e poi il Collegio militare di S. Luca (oggi scuola militare “Teulié”), arresosi nel pomeriggio successivo. Molti allievi poi presero parte ai moti. La storia di questo albo immagina un “futuro mancato”, in cui Milano è tuttora in mano austriaca. Vi furono altre “battaglie del Naviglio” nel ‘48, di cui probabilmente una sul Naviglietto di Porta Tosa, mentre il 19 marzo altri insorti (all’angolo fra via Marcona, che portava all’osteria omonima, e l’attuale viale Premuda) si rifugiarono nei campi circostanti, bloccarono le acque della roggia Gerenzana facendo del suo letto una trincea da cui controllare le mura. Nel fumetto, in parte parlato in milanese, appaiono anche le piccole mongolfiere che in favore di vento vennero usate per inviare messaggi alle campagne.
Tempo fa poi trovammo in rete un disegno, che ora non si riesce più a recuperare e di cui quindi non abbiamo le coordinate, che decenni dopo i fatti descrisse un altro scontro in cui le barche ebbero una funzione: fu nel 1853, durante la meno raccontata e studiata delle insurrezioni milanesi, tentata da ambienti mazziniani forse vicini a Felice Orsini. Gli insorti, soprattutto operai, si scontrarono con polizia e soldati sciamando per la città in mille scaramucce, nella speranza che il popolo collaborasse: i mazziniani di Milano, però, erano in maggioranza ostili all’ideologia socialista dei rivoltosi e assistettero inerti alla battaglia, che non fu incruenta tanto che dieci soldati austriaci persero la vita. Gli arrestati furono ben 895 e sedici di loro, quasi tutti proletari, vennero giustiziati. L’immagine rappresenta uno di questi scontri, avvenuto al Laghetto dell’Ospedale.
L’editore Bonelli aveva già prima del ‘95 dato alle stampe un piccolo albo gratuito, riservato ai partecipanti alla Comiconvention Milano ‘93, contenente un insolito “quiz di ambientazione milanese”. Esistono inoltre storie lunghe di M.M. sulla nostra città fra cui una sui Magi, le cui presunte spoglie vennero sottratte da Sant’Eustorgio su ordine del Barbarossa dopo che egli l’ebbe distrutta.  Un’altra  descrive, ancor prima che venissero esplorati a fondo, i sotterranei del Castello ai quali, a giudicare dalle lettere che inviò al Moro, Leonardo potrebbe davvero aver messo mano, non come nei Navigli che poté solo ammirare e studiare, con interessanti osservazioni, dato che la Conca di Varenna era stata costruita 14 anni prima della sua nascita da Filippino degli Organi, ingegnere che operò anche al Duomo!
Ma quello che ci ha colpito è che, con lo stesso titolo dell’albo citato in apertura ma con l’esclamativo in più, nel primo quarto del ‘900 venne stampata una serie di cartoline (le si trova in vendita su ebay) che mostravano quanto belle sarebbero state le acque in città là dove non c’erano, dal Castello al Duomo e alla Scala, e ciò appunto prima della copertura della Cerchia! Le mostriamo qui con l’avvertenza che la cartolina con i barcaioli in Galleria è successiva di qualche anno e probabilmente posteriore al misfatto: come dire “voi ce li avete coperti e noi li mostriamo anche dove non è possibile!”. Questa “voglia di mare”, atavica e sentita, è stata poi materializzata anche in uno spot televisivo di un decennio fa che vedeva le acque scorrere gioiose in quel medesimo luogo. Forse la stessa speranza che ha spinto Alfredo Castelli nell’ideare e far circolare i suoi “albetti”, nel primo dei quali ha raffigurato in modo paradossale i rischi connessi all’incuria della falda freatica, che talora spinge l’acqua in superficie, anche allagando le gallerie del Metrò, ma che in certi luoghi della città potrebbe anche abbassarsi e causare cedimenti del suolo come secondo alcuni è già avvenuto nel Centro storico: il disegnatore mostra piazza del Duomo invasa dalla sabbia che risulterebbe dal disseccamento del terreno argilloso su cui poggia Milano. Quello degli “scherzi” della falda freatica è un argomento su cui dovremo tornare, collegandolo alla dissennata politica delle acque urbane, in particolare alla tragicomica vicenda del canale navigabile Milano-Cremona-Po la cui costruzione appare e scompare in modo alterno dai primi anni del Novecento.

Il Duomo in una catastrofica fantasia (immagine rielaborata da noi)
Qui sopra la Conca dell'Incoronata, dove oggi manca solo l'acqua

venerdì 14 settembre 2012

Milano, città a sorpresa


Una città è un mondo. Per secoli (nel nostro caso per millenni) all’interno di un ristretto spazio si sono intrecciate usanze, mode, abitudini, contatti, complotti... Le vie si sono sviluppate essenzialmente in rapporto alle altre vie e alle piazze, come una pianta secolare che cresce. E nei secoli si sono depositati, strato su strato, regimi politici, dominazioni, predominanze etniche. E opere d’ingegneria, e chiese sopra chiese e queste sopra templi, e anche vie sopra i canali e i laghetti... 
Il "Bagno di Diana", prima piscina pubblica italiana (1842), usata d'inverno come pista di pattinaggio
Oddìo, non succede solo qui: Genova, Barcellona, naturalmente Roma e Parigi. E l'India, il mondo arabo… A Perugia c'è un piccolo quartiere medievale sul quale è stata stesa una parte più nuova, ma proprio stesa, appoggiata sopra, senza coprire gli edifici sottostanti… Una città è un mondo: fatto di alture, vegetazione, acque. Ecco, a Milano c'è acqua, tanta acqua, dappertutto, e se una pioggia torrenziale cadesse per giorni le acque sommerse fuoriuscirebbero nei posti più inattesi, come accade quasi tutti gli anni al Seveso, dalle parti di Niguarda: sono andato a vedere una volta. Impressionante, se non ne sai la causa non riesci a capire da dove viene tutta quell'acqua, dato che apparentemente non ci sono corsi, in quel quartiere. Per esempio potrebbero uscire dalle parti di Porta Venezia. 
Li scorre, antichissimo, il canale Redefoss, che lambisce i resti delle mura spagnole, seguendole fino a Porta Romana, dove piega e continua verso sud-est, fino a Sandonato e Sangiuliano, coperto praticamente in tutta la sua lunghezza, per timore, appunto, delle esondazioni e forse in odio ai gabbiani, che come altrove nel sud della città, direi una ventina d'anni fa, vennero a trovare un nuovo habitat, con un lento migrare dalle coste liguri. Ma l'acqua è un elemento indomabile e prima o poi da qualche parte torna fuori, anche perchè non c'è cementificazione che tenga, se la pioggia scende da qualche parte deve andare. A Porta Venezia il Redefoss (che non vuol dire naturalmente "re dei fossi", ma retrofosso o magari anche rivo-de-fosso) s'incontra con l'Acqualunga, anch'esso antichissimo (perchè a Milano i lavori idraulici iniziarono, è documentato, coi romani se non addirittura con gli Insubri, che vennero dalla Gallia attorno al 390 prima dell'era volgare, o almeno sembra). 
L'Acqualunga è un fontanile, cioè un corso naturale che sgorga sotto forma di polla dalla pianura, che poi così piana non è: sapendo che Monza è alta sul mare 162 metri e Milano 40 in meno, si capisce come l'acqua di una risorgiva possa defluire verso la città senza eccessivo sforzo. Questo fontanile origina dalle parti di Gorla e poi, rettificato degli uomini, prosegue tombinato sotto viale Monza e corso Venezia e, a quanto riferisce chi ci si è affacciato, avvelenato. Oltre non si sa: se in antico arrivava probabilmente nella zona delle cattedrali (erano due, una invernale e una estiva!) o almeno delle mura romane, oggi dovrebbe anch'esso piegare a sud-est. Non si sa proprio, visto che tecnici ed esperti danno risposte diverse, una cosa diffusissima per quanto riguarda le acque sotterranee milanesi, un vero labirinto.

Il sedicente Foro Bonaparte e il Naviglio mai nato


La sterminata espansione del progettato Foro Bonaparte
Il Foro romano tutti sanno cos'è, un luogo ampio, punteggiato da edifici commemorativi e/o pubblici, un luogo di memorie e di confronto: per traslato questo termine ha originato quello che in Rete chiamiamo latinamente forum, dove appunto si discute e dove i monumenti sono spesso presenti sotto forma di accattivanti immagini.
Ebbene, cos'ha tutto ciò a che fare con il Foro Bonaparte? Nessuno si chiede perché un viale semicircolare come questo (che attornia il castello di Milano a poca distanza) viene chiamato in tal modo? Una prima risposta la troviamo guardandone l'orientamento in relazione al tessuto urbano: il semicerchio punta a nord, non verso la città ma semmai verso il Sempione, cioè verso la Svizzera Romanda e poi verso Parigi. Completiamo idealmente il Foro Bonaparte e vedremo che esso diviene un cerchio chiuso, esterno alla storica rotondità di Milano; esterno, quindi contrapposto. Prima, fino a quando non è stato eretto il Castello, il palazzo dei signori di Milano si trovava nel cuore della città, fianco a fianco con quello degli arcivescovi. 
Il maestoso varco d'uscita in direzione del Sempione e di Parigi
Ma costruendo il Castello, alla quota più alta presente in città, tre metri sopra il piano circostante,  ecco che il potere civile si “tirava fuori” ponendosi in un luogo altro rispetto alla città, affermandosi come un tutto e non più come una parte. Un cambiamento che si realizzava in parallelo al calo di potere degli arcivescovi (i veri rifondatori della città, poco prima dell'anno Mille), privi ormai del grande potere unificato posseduto, per esempio, da Ariberto, con poche (e anche malaugurate) eccezioni, come nel caso di Carlo, esponente della potente famiglia Borromeo.  Le mappe di Milano racconteranno ancora nel Seicento questa realtà rappresentando il castello nella posizione in cui dovrebbe invece trovarsi il nord, e talvolta ingigantendolo, come nel 1573 fece il Lafréry, che pure ne fu uno dei cartografi più accurati.
La mole del Castello rimaneggiato come si sarebbe vista dal varco  verso la città
Ma torniamo al Foro Bonaparte: nel 1801 venne firmato fra le potenze europee il trattato di pace di Lunéville,  e a Milano si decise di ricordare l'avvenimento con la sistemazione urbanistica della zona intorno al Castello; non lo si sapeva, ovviamente, ma la pace durerà solo quattro anni! Con una celerità più "napoleonica" che milanese, dopo due mesi si arrivò alla posa della prima pietra. Il progetto era stato affidato all’architetto bolognese Giovanni Antolini, che lo concepì con spirito consono ai nuovi ideali repubblicani, ostili ai vecchi regimi sotto cui erano fioriti il barocco e il rococò, ma che non ebbe il piacere di vederlo completato. Sognatore e insieme concreto, Antolini iniziò gli studi universitari proprio dall'idraulica fluviale e di acque sempre si occupò negli anni (ponti, rettificazioni del corso dei fiumi, bonifiche), e fra le altre cose partecipò a lavori di bonifica delle Paludi Pontine, ma colpito dalla malaria due anni dopo venne chiamato a Milano quale membro della commissione Idraulica.
La posa della prima pietra: si notino le cattive condizioni del Castello
Il sogno di Antolini era grandioso e piacque molto a Napoleone, attento a tutto ciò che riguardava Milano, purtroppo anche distruggendo, come nel caso di S. Francesco grande, ampia e amata chiesa del Duecento, di fianco a S. Ambrogio, sostituita dalla caserma neoclassica ancora in piedi (da qui la polizia caricò nel Sessantotto gli studenti della Cattolica occupata senza doversi prendere il disturbo di usare mezzi di trasporto).
Il progetto, valutato da un'apposita commissione, subì modifiche per poi essere accantonato a causa del suo costo (sette milioni del tempo): pur avendo nell'imperatore Napoleone il suo più grande sostenitore, fu ritenuto dal generale Bonaparte troppo ambizioso. E nonostante portasse il suo nome fu lui stesso a interrompere i lavori poco dopo l’inizio, preoccupato forse di sottrarre denaro alle guerre che stava per scatenare in tutta Europa.
La "Grande Sala della Dogana" e il suo bacino circolare
Il Foro prevedeva che intorno al nucleo superstite del Castello, rimaneggiato e divenuto sede del governo della Repubblica Cisalpina, venisse eretto un imponente colonnato dorico attorno a un'immensa piazza circolare, con diametro di 520 metri (legato forse al numero delle settimane?), delimitata da porticati. Tutt'attorno erano previsti edifici pubblici come un teatro, un museo, un Pantheon, le terme, la Borsa, padiglioni per ospitare le assemblee nazionali, una cavallerizza. 
Dimensioni a confronto tra il Duomo o il Lazzaretto e il Foro progettato
L'obiettivo era di spostare il centro cittadino dalla piazza del Duomo, stretta in piccole vie di impostazione medievale, all'appena concepito Foro che diveniva così il fulcro della vita cittadina, un vero e proprio centro direzionale per costruire il quale probabilmente si sarebbero dovuti distruggere i quartieri più a nord della città storica e che avrebbe costituito la più grande costruzione esistente a Milano, assai più ampia del Duomo e della relativa piazza: nemmeno il Lazzaretto, così vasto,  raggiungeva la stessa estensione. Il Foro avrebbe avuto due grandi varchi d'accesso di cui quello esterno, decisamente più maestoso, si trovava appunto sull'asse verso la Francia e la Parigi di Napoleone.
L'aspetto che più interessa è però un altro: il progetto includeva la presenza di una “Gran Sala della Dogana” (con annessa guarnigione dei doganieri) sotto cui scorreva l'acqua, formando un bacino per l'attracco dei barconi mercantili. E tutto il complesso sarebbe stato attorniato da un canale circolare navigabile interno alla grande agorà, unito al Naviglio e valicato da ponti. I magazzini commerciali sarebbero stati collegati tramite un sistema di canali minori. Questo insieme di acque aveva anche un nome, naturalmente classicheggiante: si chiamava infatti Euripo, un termine probabilmente sentito come benaugurante, visto il prefisso "eu", ma che derivava dall'uso romano di battezzare in questo modo i piccoli canali urbani e persino le grandi condutture. Peccato che all'origine fosse stato chiamato e tuttora si chiami così l'angusto stretto fra l'isola di Eubea e la terraferma greca, luogo tutt'altro che sicuro: per ragioni idrologiche difficili da comprendere, in quel tratto di mare si determina un'inversione della corrente da nord a sud e viceversa, più volte nel corso della giornata, creando pericolosi vortici tanto che è permesso passare solo in alcuni orari obbligati. 
Certo la ferrovia non esisteva ancora al tempo dell'Antolini ed era naturale, specie in una città d'acque come era Milano, che i trasporti avvenissero sull'acqua: l'Euripo sarebbe stato collegato a occidente con il Naviglio di San Gerolamo e forse a oriente si sarebbe spinto in direzione di San Marco, ma per dirlo con esattezza occorrerebbe vedere i progetti originali di Antolini. 
Va detto che la storia delle acque in prossimità del Castello non si esaurisce in questo sogno incompiuto. Altri progettisti hanno ideato un analogo collegamento, come il Mira che nell'Ottocento tentò invano di far coprire la Cerchia. Un progetto simile viene caldeggiato anche oggi da parte di quegli appassionati dei canali che sono però contrari alla riapertura della Cerchia medesima. 
E comunque, in epoca viscontea, un'imbarcazione di ampie dimensioni chiamata "la Magna" ospitava a volte il signore di Milano che si recava a esaminare di persona i problemi del contado, scegliendo un mezzo di trasporto meno esposto ad agguati e congiure. Non sappiamo che aspetto avesse questa piccola corte galleggiante, dove fosse ormeggiata di solito e per quali canali navigasse: sarebbe davvero affascinante trovare qualche immagine che ci permetta un viaggio nel tempo, cinque secoli addietro. Ma di questo riparleremo.